(Versione in italiano dell’articolo apparso sul magazine BeSpoke Portofino e sul website The Chic and Cool in data 31 Agosto 2023)
di Pier Francesco Grasselli
Maurizio Raggio, un uomo la cui fama è divenuta leggenda, la cui vita rocambolesca è stata oggetto di illazioni, calunnie, invidie e maldicenze… ma anche di stima, ammirazione, meraviglia, rispetto e consenso.
Compagno della contessa Francesca Agusta, amico intimo di Bettino Craxi e della crème del jet-set internazionale, infaticabile playboy, Maurizio Raggio ha vissuto una vita dal romanzo, questo è sicuro, un romanzo di Harold Robbins, di quelli che piacciono a lui, tra la spy story e il racconto d’avventura.
E avventurosa lo è stata davvero, la sua vita, di quelle vite spericolate che non danno tregua, per parafrasare Vasco. Catapultato giovanissimo nel mondo della politica, degli intrighi internazionali e dell’alta finanza, Maurizio Raggio si è dimostrato presto un uomo “con del pelo sullo stomaco”, perfettamente in grado di tener testa agli “squali” che per tramite di Bettino Craxi si trovò a incontrare e con cui ebbe modo di interagire: politici, ufficiali militari, esponenti dei servizi segreti come Francesco Pazienza (bellissime le parole spese sul suo conto dallo 007 italiano nel suo primo libro Il Disobbediente), imprenditori di spicco come Gianni Agnelli e Al-Marzouq, la famiglia Agusta, Jallud, braccio destro di Gheddafi e capo dei servizi segreti libici, solo per citare alcuni nomi “pesanti”. Per non menzionare le donne: Margaux Hemingway, top model e nipote del celebre scrittore, Nerine Kidd, arrivata seconda al concorso Miss Universo… e l’indimenticabile Francesca, che gli rapì il cuore all’età di ventisette anni e al cui fianco lui rimase per più di quindici anni.
Su Maurizio Raggio i giornali hanno scritto di tutto, spesso calunniandolo sulla base di ipotesi e di congetture non sempre scevre di antipatie personali.
Resta il fatto che quest’uomo è conosciuto e stimato, più che nel suo paese, a livello mondiale. Maurizio Raggio è senza dubbio una personalità dalle molte sfaccettature, un uomo capace, pratico, abituato a prendere decisioni velocemente, razionale e tuttavia con una grande sensibilità, con uno spiccato talento per gli affari e per giunta dotato di un intuito fuori dal comune. Di questo si rese conto anche Bettino Craxi, amico personale della famiglia Raggio e soprattutto del padre, quando, sul finire degli anni ’80, lo prese con sé iniziandolo alla politica, valendosi di lui, oltre che come di un consigliere e amico intimo, come del più valido dei suoi collaboratori, affidandogli incarichi segretissimi e mostrando di riporre in questo ragazzo ancora molto giovane la massima fiducia.
Maurizio Raggio è stato uno degli uomini chiave del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Contestato, controverso, invidiato, temuto e riverito, Raggio ha avuto un ruolo cardine nei burrascosi eventi di quegli anni, tra le ingerenze provenienti da oltreoceano, la tempesta di “Mani pulite” e i numerosissimi fatti di cronaca che hanno accompagnato il ribaltamento dei vertici politici italiani. Oggi è un imprenditore di successo, presidente e CEO del Consorzio Pasto Grande Lithium (22.000 ettari di giacimento di Litio in Perù), con due figli maschi (il maggiore dei quali, Aronne, è già un idolo dei più giovani per il successo di brani come “Give me your love” pubblicati col nome d’arte Vibes Are Contagious) e una moglie bellissima, Indira Salgado, che vive tra Miami e Portofino e si dedica con piacere alla pesca.
Noi lo abbiamo raggiunto e intervistato, per conoscere meglio questo straordinario protagonista della storia d’Italia degli ultimi quarant’anni.

Maurizio Raggio con Indira Salgado
Com’erano Portofino e la Gritta negli anni del boom e in quelli che seguirono?
Mio padre ha aperto la Gritta nel ’54. Era uno dei primi american-bar d’Italia, frequentato da personaggi di spicco provenienti da ogni angolo del mondo, che trascorrevano le serate seduti sulle cassette di whisky perché all’epoca non c’erano nemmeno le sedie.
Negli anni ‘70 e ’80 Portofino era un polo d’attrazione italiano e mondiale. La Gritta era sempre piena, tutte le sere, anche fuori stagione, e mio padre aveva sempre un gran da fare. Le persone andavano a cena al ristorante ed evitavano di prendere il caffè per arrivare alla Gritta in tempo. Tutte le sere c’erano dei personaggi famosi: Paolo Villaggio, Ornella Vanoni, Ava Gardner e Liz Taylor. A mezzanotte mio padre non ne poteva più. “Mi vagu” diceva, in genovese. Poi se ne andava a dormire, e lasciava Gian, il barman, e qualche cameriere a mandare avanti il locale fino alla chiusura. Non c’era un orario stabilito. La Gritta chiudeva quando tutti i clienti se ne andavano. E a volte non se ne andavano che a mattina fatta.
Io davo una mano come potevo, a costo di fare certe levatacce. Spesso la notte tornavo a casa alle sei del mattino. Alle dieci in punto mio padre mi tirava giù dal letto, mi trascinava al locale e mi metteva a fare i conti.
“Che strano modo di lavorare!” pensavo. Alla Gritta, la metà della gente non pagava… Saldavano tutto alla fine dell’anno. Conti di milioni. Certi attori di Hollywood poi davano mance davvero esagerate. Una sera Rex Harrison ha lasciato ai camerieri un milione di mancia.

Rex Harrison arriva a Portofino con la moglie Rachel Roberts
Una volta arrivò a Portofino un Tir pieno zeppo di bottiglie di JB per la Gritta… direttamente dalla Scozia. A quanto pare, il conducente non aveva la minima idea del cul-de-sac in cui si stava andando a cacciare. Il camion era talmente grosso che nessuna altra auto riusciva più a passare. Ricordo che i vigili sono diventati matti per sbloccare l’ingorgo.
Un’altra volta, un vigile bussò alla porta di casa mia e domandò di mio padre. “Mi spiace disturbarla, signor Raggio, ma c’è una lunga fila di bottiglie di Dom Pérignon vuote che va dal suo locale fino alla scala che sale alla strada carrozzabile” disse. “Mi perdoni ma è davvero uno schiaffo alla miseria… Bisognerebbe toglierle da lì al più presto.”

Lorenzo Raggio con Aristotele Onassis

Da sinistra: John Wayne, Battista Costa e Barbara Raggio
Parliamo di donne. Ci racconti la tua liaison con Margaux Hemingway?
Eravamo in luglio, se ben ricordo, e quel weekend alla Gritta c’era Margaux Hemingway, top model e nipote del celebre scrittore. A Portofino le belle donne non sono mai mancate, tuttavia di ragazze così perfette ne avevo viste poche. I capelli erano di un biondo dorato, e così pure le sopracciglia. Il viso quello di una principessa delle favole. Quando me la presentarono, restai stupefatto.
Purtroppo Margaux era insieme a Terence Ford, il fratello di Harrison. I due mi invitarono a sedere con loro e ne fui ben felice. Abbiamo fatto gruppo e trascorso piacevolmente la serata. Intorno all’una, Margaux e Terence se ne andarono.

Maurizio Raggio a venticinque anni
Lunedì mattina fui svegliato da una telefonata.
“C’è una persona che ti cerca, Maurizio” mi disse Gian, il barman della Gritta.
“Chi?”
“Te la passo.”
“Okay.”
“Hello, Maurizio.”
Ho riconosciuto subito la voce di Margaux Hemingway.
“Vieni alla Gritta che facciamo colazione insieme!” mi ha detto.
“Va bene” ho risposto. “Ordina il cappuccino anche per me.”
Poco dopo io e Margaux chiacchieravamo, seduti a uno dei tavolini. Era stata una bella sorpresa e fra noi era già nata una certa notevole, ma per quel che ne sapevo lei era lì con Terence.
Passò mezz’ora. Nessuno si fece vivo.
“E Terence dov’è?” mi decisi a domandarle.
“È rientrato a Londra.”
“Perché?”
“L’ho mandato via.”
Oplà. “E come mai?” domandai, piacevolmente sorpreso.
“Per poter rimanere sola con te” rispose candidamente Margaux. “Non sei contento?”
La nipotina di Hemingway era una ragazza che sapeva quello che voleva. Decisamente.
“Hai voglia di fare un bagno?” le proposi.
“Certo!”
Detto e fatto, salimmo sul Boston e salpammo, diretti alla Cala degli Inglesi. Il seguito è privato.

Maurizio Raggio con Margaux Hemingway
E poi?
È rimasta a Portofino una decina di giorni. Andavamo in giro in barca di giorno e in moto la sera. Una sera ho persino organizzato una cena in suo onore con una cinquantina di amici.
Quando hai conosciuto Bettino Craxi?
Ero solo un ragazzo. All’epoca la politica si trasferiva regolarmente a Portofino e la calata era frequentata da politici e membri del governo. Bettino era amico di mio padre, che quel giorno compiva cinquant’anni. Avrebbero festeggiato alla Gritta, naturalmente. Craxi era a Portofino insieme all’onorevole Bensi, uno dei padri della Costituzione insieme a De Gasperi. Anche Bensi era un amico storico della nostra famiglia.
Bettino si era incuriosito di me, diceva che gli sembravo un ragazzo sveglio e che un giorno mi avrebbe messo alla prova. Mio padre intendeva mandarmi a Londra, al club Les Ambassadeurs, affinché imparassi il suo mestiere. Craxi aveva già capito che non ero adatto, che per me ci voleva qualcosa di più… dinamico.

Maurizio Raggio con la sorella Patrizia
In seguito avete iniziato a collaborare…
Sì, più o meno verso la metà degli anni ‘80. A Milano, in Piazza del Duomo, al civico 19, sul lato opposto della piazza rispetto alla cattedrale, c’era una porta rossa blindata. E una targa: “CENTRO EUROPEO PER GLI STUDI DELLE RELAZIONI UMANE.” Era l’ufficio di Bettino Craxi, al quarto piano dell’edificio. Non la sede del partito socialista, proprio il suo ufficio personale. Non ho mai chiesto a Bettino il perché di quella denominazione insolita. L’avrebbe considerata una domanda infantile, banale. E Bettino non amava le banalità. Del resto, la politica è fatta di relazioni, e le relazioni non sono necessariamente intessute fra singoli, ma anche tra gruppi di individui più o meno estesi. La concordia o la discordia tra partiti, governi, stati. Tutto parte sempre dalle relazioni umane.
C’era Enza Tommaselli, la segretaria di Craxi, sempre indaffaratissima. Era una donna massiccia, pratica ed efficiente, messa in piega casalinga e gusti sobri. Il lunedì, nelle varie sale d’aspetto c’erano sempre decine di persone in attesa. Cardinali, presidenti di banca, politici o industriali, personaggi di spicco del mondo economico e così via. Infatti, di lunedì Bettino riceveva. Quei “grandi” venivano a chiedergli favori, raccomandazioni, denaro. Non si trattava certo di gente abituata a fare anticamera, e tuttavia lì attendeva a lungo, anche per ore… e nessuno si lamentava mai.
Io collaboravo con Bettino svolgendo incarichi speciali. Dopo le prime operazioni portate a termine con successo, Craxi aveva preso ad assegnarmi incarichi delicati, mi mandava in qualità di suo rappresentante a riunioni importanti e tutto lasciava intendere che nutrisse per me non solo affetto ma anche stima e fiducia. Bettino non era il tipo di uomo che prendeva con sé un giovane di ventisette anni solo perché era amico di suo padre.
Ricordo una volta… Era il 1987, i primi di febbraio. Arrivai in Piazza Duomo prima di mezzogiorno, l’ufficio di Craxi era inspiegabilmente deserto. Era molto strano, di solito c’erano decine di persone in attesa.
“Buongiorno, Enza” dissi chiudendomi la porta alle spalle. “Che succede oggi? Come mai non c’è nessuno?”
“Ne so quanto te, Maurizio. Sono arrivata poco fa. Il presidente non mi ha fatto prendere appuntamenti, oggi.”
Improvvisamente sentimmo le invettive di Bettino.
“DEVI DIRE A GIANNI CHE MI AVETE ROTTO I COGLIONI!” tuonò Craxi da dietro la porta del suo ufficio. “QUANDO GUADAGNATE INVESTITE ALL’ESTERO… E QUANDO LE COSE VANNO MALE CHIEDETE LA CASSA INTEGRAZIONE!”
Poco dopo la porta si aprì. Ne uscì Cesare Romiti: l’amministratore delegato della FIAT aveva l’aria provata, lo sguardo basso. Se ne andò via con la coda fra le gambe.
Io entrai e salutai allegramente Bettino.
“Ti ha fatto girare le balle?” domandai.
“Certo” fece Craxi, d’umore tetro. “Quando le cose vanno male piangono miseria e, quando hanno la grana, invece di investire in società italiane e aiutare il Paese, la portano all’estero.”
“Io l’ho sempre detto che sei l’unico patriota rimasto in Italia, Bettino” gli dissi.
Craxi mi guardò, sorrise. “Sono un garibaldino, lo sai” fece, rallegrato. Ed era vero. Bettino possedeva la collezione di cimeli garibaldini forse più grande al mondo. Negli articoli che di tanto in tanto scriveva si firmava Ghino di Tacco.

Maurizio Raggio con Francesca Agusta
Hai voglia di parlarmi del tuo primo incontro con Francesca Agusta?
Era il venti di giugno, un venerdì, verso mezzogiorno. Ricordo che passeggiavo lungo la banchina a torso nudo, la camicia buttata sulla spalla destra, soddisfatto perché il giorno prima mi ero classificato terzo ai campionati regionali di karate a Genova.
A un tratto sentii il rombo delle pale di un elicottero. Schermandomi gli occhi, levai lo sguardo e vidi un Agusta A109 blu e argento trapassare il cielo azzurro e terso verso Villa Altachiara. Osservai il velivolo mentre si abbassava e atterrava nei pressi della residenza degli Agusta.
Quella sera ero alla Gritta e stavo giocando a backgammon con un amico. A un certo punto ho levato lo sguardo dal tabellone e l’ho vista. Una donna molto alta, elegantissima, con i capelli rossi mossi, di una bellezza esaltante. Avrà avuto addosso dieci milioni di diamanti fra orecchini, parure e braccialetti.
La osservai mentre andava a salutare mia madre, erano amiche. Poi la riconobbi. Era Francesca Agusta, moglie del conte Corrado Agusta, il magnate degli elicotteri. Aveva una quarantina d’anni, e io ventisette. Si era da poco separata dal conte. Quello era il primo weekend che trascorreva a Portofino da “single”, e quella sera era insieme a un amico, l’architetto Renzo Mongiardino, e a sua moglie.
Legammo subito. Nel frattempo erano arrivati altri amici. Alle tre del mattino Francesca invitò tutta la compagnia in villa. Telefonò al maggiordomo: “Fate preparare una pasta asciutta” disse. “Siamo una ventina di persone”.
Salimmo a Villa Altachiara, la più bella del promontorio, quaranta stanze lontane dalla mondanità della calata, piscina, un giardino a strapiombo sul mare, e ovviamente l’eliporto.
Nel salone principale le finestre erano aperte. Era stato allestito dai domestici un vero e proprio banchetto. Gli invitati si accomodarono sui divani color salmone e sulle poltrone, serviti dai camerieri che versavano champagne nelle coppe e offrivano caviale, focacce e tartine col tartufo. Più tardi, gli amici se ne andarono e io rimasi solo con Francesca…
Vuoi parlarmi del tuo legame con Francesca?
Non tutti sono in grado di comprendere il rapporto che avevamo io e Francesca. Un legame strettissimo che andava oltre il rapporto di coppia. Un legame che andò evolvendo nel corso degli anni, cambiando senza mai diminuire mai di intensità. Bastava uno sguardo perché ci intendessimo… all’istante. Sempre, finché fu in vita, in qualunque luogo del mondo io mi trovassi, Francesca sapeva che poteva contare su di me. Se aveva bisogno di me, mi precipitavo da lei. L’affetto che mi legava a lei era – ed è ancora – incondizionato.

Maurizio Raggio con Francesca Agusta
Conoscevi anche Gianni Agnelli?
Gianni era amico di Francesca. Ricordo un episodio divertente… Era il 1992, l’anno delle Colombiadi, la domenica di Pasqua. Io e Francesca stavamo dormendo, a Villa Altachiara. A un certo punto squillò il telefono. Al centralino rispose il maggiordomo, che giudicò opportuno passare la chiamata alla camera da letto. «C’è l’avvocato Agnelli in linea» disse alla contessa non appena lei ebbe portato all’orecchio il ricevitore dell’apparecchio. Francesca gettò un’occhiata assonnata al quadrante dell’orologio d’oro posato vicino al telefono: erano le 6.30 del mattino. «Digli che non può seccare la gente alle sei e mezza del mattino» rispose, e riagganciò.
Alle 7,30 ci eravamo comunque svegliati. Francesca sollevò il ricevitore. «Chiama Agnelli, va’» ordinò al maggiordomo. Pochi istanti dopo udimmo la voce del domestico. «Casa Agnelli in linea.» «Passamelo» disse Francesca. «Fvanceschina come va?» esclamò Gianni Agnelli con la sua proverbiale erre moscia. «Certo che sei un bel rompiscatole» lo rimbeccò lei. «Lo so» fece Agnelli. «Pevdonami se ti ho chiamata così pvesto. Volevo chiedevti se potevo pavcheggiare il mio elicottevino a casa tua.» «Certo che puoi.» «Magnifico!» esclamò Gianni, di buon umore. «Tu e Mauvizio siete invitati a pranzo sull’F100!»”
“Agnelli veniva da Torino, da villa Perosa. Aveva appena fatto varare una barca a vela, lo Stealth, che era di un blu particolare. «Complimenti, è un bel blu» gli ho detto quando me l’ha mostrata. «È un midnight blu» ha risposto Gianni. Aveva anche lo smoking di quel colore… e io ne avevo uno uguale, col collo a fascia. Quello smoking ce lo avevamo solo io e Gianni Agnelli.

Maurizio Raggio con Indira Salgado
Che ricordo hai del giorno in cui morì Bettino?
Era il 19 gennaio. Io mi trovavo a casa, a Cuernavaca, in procinto di partire per una battuta di pesca di Blue Marlin. Mi ero svegliato presto, intorno alle 5.00 del mattino, ora di Acapulco. Un elicottero mi avrebbe trasportato a Puerto Vallarta, dove mi aspettavano tre marinai a bordo di un Fisherman d’altura.
Prima di partire, telefonai ad Hammamet.
Bettino mi rispose con voce debole, cosa insolita per lui che era sempre stato un uomo molto energico.
“Ciao Maurizio, come stai?”
“Come sto io?” esclamai. “Come stai tu, piuttosto? Non hai una bella voce.”
“Non mi sento molto bene. Sono qua con i dottori. Mi stanno visitando. Tu che fai?”
“Sto andando a pescare. Vuoi che ci sentiamo più tardi?”
“Sì, grazie” disse Craxi, nella voce una tenerezza inconsueta. “Mi raccomando, chiamami appena torni. Buona pesca, amico mio. Ti abbraccio.”
Riattaccai. Ero preoccupato. Qualche mese prima Bettino era finito in rianimazione all’ospedale di Tunisi. La diagnosi non era stata incoraggiante. Come se non bastassero i suoi problemi di cuore, il diabete e la gamba devastata, era venuto fuori anche un tumore al rene. Avrebbe voluto farsi operare in Francia, ma il portavoce di Jospin aveva risposto così: «L’arrivo di Craxi in Francia non è desiderabile».
Nessuno aveva mai formalizzato la domanda di grazia. La Chiesa se ne era lavata le mani. Ciampi non spiccicava una parola. Bettino non poteva andare da nessuna parte perché sul suo capo pendeva un mandato di cattura internazionale e lo avrebbero arrestato. Aveva chiesto l’immunità per tornare in Italia, atterrare a Milano, andare all’ospedale e farsi operare, ma non gliela avevano concessa – D’Alema, che era a capo del governo, aveva provato a mediare con la Procura, ma la risposta di Borrelli era stata netta: “Se torna, in ospedale ci va in manette”. Dopo Tangentopoli, il potere politico era debole. Stefania e Bobo insistevano che Bettino tornasse ugualmente e si facesse operare, ma lui era stato irremovibile. “Se torno in Italia, ci torno da uomo libero” aveva dichiarato. Fine del discorso.
Un mese prima si era fatto operare all’ospedale militare di Tunisi da un’équipe di medici del San Raffaele arrivati apposta dall’Italia. Un intervento ad altissimo rischio, a sentire i dottori, che lamentavano l’inadeguatezza della sala operatoria e degli strumenti messi a loro disposizione nonostante l’interessamento del presidente Ben Ali. Il tumore era stato asportato, ma Bettino non ne era uscito bene.
Quel pomeriggio tornai in porto intorno alle 16.00 con un Marlin di oltre 200 chili. Nel momento in cui poggiai il piede sulla banchina il mio telefonino squillò. Guardai il display: era il numero di Bettino.
“Papà è morto.”
La voce era quella di Stefania. Restai immobile sulla banchina, con il telefono in mano. Quel giorno se ne è andato il mio più grande amico.
Che tipo di amico era?
Era l’amico che chiunque vorrebbe avere. Un amico che non tradisce mai. Un amico che se ti dice una cosa la fa, che si preoccupa quando sei preoccupato tu. Un amico che se ha in mano la soluzione a un problema che hai, te lo risolve senza pensarci due volte. Queste sembrano solo parole, ma nel suo caso descrivono la verità.

Maurizio Raggio con l’amico Roberto Franzon
Certamente tu hai vissuto una vita da romanzo… e corre voce che tu e un certo scrittore che ti conosce bene ne stiate appunto scrivendo uno ispirato alla tua vita… dobbiamo aspettarci un best-seller contenente rivelazioni scioccanti?
(Maurizio sta sorridendo) Chissà.

Maurizio Raggio e Pier Francesco Grasselli al ritorno da una battuta di pesca
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