La Ricerca di Se Stessi/estratti/6
di Pier Francesco Grasselli
I prigionieri della mente
«E che cos'è quest'uomo? È un essere mentale, schiavo della vita e della materia, e quand'anche non è schiavo della vita e della materia lo è della propria mente.»
(Sri Aurobindo, L’ora di Dio, Prima Sezione, “Il superuomo divino”.)
Siamo tutti affetti da pensiero compulsivo
Molte patologie fisiche e psicologiche sono i sintomi del male oscuro che affligge la società moderna: il pensiero compulsivo.
Infatti, le persone oggi hanno perduto il controllo della propria mente, e ne sono ostaggio.
Essere affetti da questo pensiero compulsivo significa essere in balia del proprio pensiero incontrollato. Ma il pensiero è uno strumento, proprio come il corpo, e come tale va dominato e non va lasciato libero di soggiogarci e di condizionare la nostra esistenza.
Così come gli istinti e le emozioni, anche i pensieri si collocano alla superficie della coscienza, si formano a livello dell’ego, dell’io esteriore, mentre nel profondo di noi stessi, a livello dell’Io interiore, del Sé superiore, dell’anima, vi è l’assoluta tranquillità della mente. Così come non conviene assecondare sempre gli istinti e le emozioni del momento, è necessario imparare a dominare la mente e bloccare il pensiero compulsivo.
L’attività involontaria
della mente è all’origine
del problema dell’insonnia
In fondo, oggi, chi più chi meno, siamo tutti affetti dal pensiero compulsivo. Chi di noi è capace di smettere di pensare? Ben pochi ci riescono. La maggior parte delle persone non solo si identificano con la propria mente, ma ne hanno anche perduto il controllo.
L’attività involontaria della mente è all’origine del problema dell’insonnia e dei sonni agitati. Infatti, quando siamo svegli il lavorio mentale si traduce in pensiero; quando dormiamo si traduce in sogni o addirittura incubi, cioè in un sonno movimentato e nient’affatto riposante.
Solo imparando a spegnere la mente, interrompendo o per lo meno attenuando sensibilmente il lavorio mentale prima di addormentarci, possiamo esser certi che il nostro sonno sarà profondo e distensivo. A tal fine si possono utilizzare tecniche di meditazione. Sedersi in silenzio e fissare un punto particolare sulla parete di fronte a noi, prestare attenzione al proprio respiro e così via. Sono tutti modi di sganciarsi dal pensiero. Nel cattolicesimo, la recitazione del rosario assolve una funzione analoga.
Il più grande di tutti gli psicologi fu il Buddha

Il sonno la funzione di uno «sfiatatoio» per la mente
Il sonno ha per l’appunto questa funzione di «sfiatatoio». Per mezzo del sonno evadiamo dalla prigione della mente e allentiamo questa tensione mentale, in modo da scongiurare il collasso. Ma a volte questo non è sufficiente. A volte la tensione è eccessiva e c’è bisogno di «evadere dalla mente» anche durante lo stato di veglia.
«Ed è possibile?» vi domanderete.
Certo, ed questa è appunto una delle cose che ci fanno capire che noi non siamo la nostra mente, che la mente è solo uno strumento, uno strumento che spesso viene impiegato più assiduamente del dovuto e che proprio per questo ha bisogno di essere messo in «stand-by», giacché, per via dell’abuso che ne facciamo, spesso si rompe o impazzisce.
Quando arrestiamo il pensiero, l’intero nostro essere si rigenera dall'interno
Quando siamo svegli e arrestiamo la mente, il pensiero è assente, ma rimane la consapevolezza. Si tratta di una consapevolezza pura, non ancora articolata in pensiero, ma c’è. Ed è proprio questa consapevolezza che ci fa capire che noi non siamo il pensiero.
Gli occidentali non sono abituati a interrompere il flusso dei propri pensieri e così restano prigionieri della propria mente, non riescono a uscire di lì. Non è colpa loro: è che nessuno glielo ha mai insegnato. Ma una persona può anche impazzire se la sua coscienza non fa altro che rimbalzare di qua e di là nella «stanza» della propria mente, senza mai uscire di lì. La coscienza ha bisogno di una «valvola si sfogo», di uno «sfiatatoio», e se lo procura ogni volta che, in modo volontario o involontario, «stacca la spina» della mente.
Come si fa?
Come si fa?È necessario smettere di pensare.E come?Mollando la presa sui nostri pensieri.
Infatti, ogni pensiero è qualcosa a cui ci aggrappiamo. Di solito, ci teniamo costantemente e ostinatamente aggrappati a uno o più pensieri. Ciò che dobbiamo fare è smettere di aggrapparci ad essi, lasciarli andare.
Per esempio, gli orientali usano la meditazione. La meditazione consiste semplicemente nell’entrare in quello stato che c’è al di là della mente. Certi mistici la chiamano contemplazione, altri meditazione recettiva, altri ancora meditazione trascendentale. Non ha importanza il nome che diamo a questa pratica, ciò che importa è che intendiamo sempre la stessa cosa.
In occidente, certe persone usano lo sport. In effetti, certi tipi di sport possono somigliare a una sorta di meditazione: quando uno prende confidenza con i movimenti di uno sport allora non deve più pensare a quei movimenti: essi gli vengono naturali e così egli può lasciarsi andare e talvolta riesce a «staccare la spina» della mente e a utilizzare lo sport come una sorta di meditazione. Ma non è così facile. Personalmente, trovo che il sistema più efficace sia la meditazione vera e propria.
Tutto quello che devo fare per meditare è smettere di aggrapparmi al pensiero
È perfettamente inutile fare «da sorveglianti» alla propria mente, perciò non opporre resistenza al pensiero. Piuttosto, cerca di realizzare che il pensiero è qualcosa a cui ti tieni aggrappato per paura…
Paura di che?
Paura del vuoto, del nulla che diventeresti se spegnessi la mente, se arrestassi il pensiero. «Cogito ergo sum», ti hanno ripetuto a scuola e fuori dalla scuola, così a poco a poco ti sei abituato a identificare te stesso con il tuo pensiero, con la vocina nella tua testa, ma questo è proprio ciò che ha imprigionato il tuo essere nei limiti della coscienza creaturale, questo è proprio ciò che ha causato tanti problemi a te come persona e all’umanità nel suo complesso. Infatti, se l’umanità si fosse abituata a sospendere il pensiero a intervalli regolari avrebbe da tempo raggiunto la saggezza, perché si sarebbe messa in contatto con la propria anima.
Non è vero
che “Penso dunque sono”!
Ma non è vero che «Penso dunque sono»! Infatti, prima di tutto «Sono», poi posso pensare o non pensare, ma in ogni caso «Sono». Sia che io pensi, sia che io non pensi, o meglio che non ci sia nessun «io» che pensa, «Sono», questo è il punto.
Purtroppo oggi le persone si identificano con il proprio pensiero, e così non viene certo loro in mente che potrebbero sospenderlo. Se credono di essere la mente, infatti, è evidente che non sanno che il loro vero Essere si trova al di là della mente, né che la mente è uno strumento tanto quanto lo è il corpo.
In sostanza, che cosa
dovrei fare?
Smetti di aggrapparti al pensiero, lasciati andare senza paura. Allora accadrà il miracolo, e respirerai di nuovo liberamente!
Infatti, finché è imprigionata nella mente, l’anima non è in grado di respirare liberamente. Se rimane troppo a lungo richiusa nel pensiero, può persino finire per soffocare. Ogni volta che spegniamo la mente facciamo uscire l’anima dal suo carcere. Allora è come se l’anima prendesse fiato, come se respirasse di nuovo, come se tutto il nostro essere si rigenerasse dall’interno, dopo che l’abbiamo spogliato della pesante armatura di pensieri che indossiamo continuamente, esponendolo all’aria rarefatta del mondo spirituale e cioè all’atmosfera di quel mondo che si colloca al di là del dominio della mente.
La mente e la connessione
con il ch'i
«L’anima è senza dubbio presente nel cuore dell’entità vivente» dice anche Srila Prabhupāda, «ed è la sorgente di tutte le energie di mantenimento del corpo.»[3]È dunque importante evadere dal carcere della mente a intervalli regolari, sospendere il suo incessante lavorio per mezzo della meditazione e farlo con una certa frequenza, in modo da riattivare la «connessione» con l’anima e da ristabilire l’equilibrio del ch’i rafforzando così la nostra salute.
Morale, volete disporre di una maggior quantità di energia? rallentare l’invecchiamento? cancellare le rughe dal vostro viso? L’importante è mettere in scacco il cervello, o meglio: il pensiero.Le componenti più sottili ed elevate che Srila Prabhupāda chiama «anima» e che alimentano la nostra vita, dalle quali il corpo e la mente stessa attingono la loro energia, sono il Sé superiore (corpo causale) e, ancora più in alto, Dio. Isolandosi da quelle componenti, la mente compie quindi, fra l’altro, una sorta di suicidio, e trascina nel baratro anche il corpo.
Ecco perché chi non esce mai dal circolo vizioso del suo pensiero accusa gravi problemi di salute e finisce per impazzire. Il sonno è la naturale «valvola di sfogo» di un pensiero che altrimenti rimarrebbe chiuso in se stesso fino ad andare in corto circuito. Il fatto che tante persone soffrano di insonnia è indicativo e ci dà un’idea di quanti siano, nella nostra sventurata epoca, i «prigionieri» della mente; questo fatto ci dà l’idea di quante persone, oggi, siano ostaggio del proprio pensiero incontrollato, condizione che, isolandole dalla fonte della loro stessa vita, le logora a poco a poco e che infine conduce la mente al collasso e il corpo all’autodistruzione.
Il sonno è un sistema automatico di evasione dall’impero della mente, sistema che ci consente di attingere a una fonte inesauribile di energia. «Ogni notte fai un viaggio nel Non Manifestato, quando entri nella fase di sonno senza sogni» scrive Eckhart Tolle. «Ti fondi con la Fonte. Attingi da essa l’energia vitale che ti sostiene per un po’ quando fai ritorno al manifestato, al mondo delle forme separate.»[4]Ma il sonno costituisce solo quel minimo sindacale di evasione dall’impero della mente di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. È essenziale imparare a uscire di lì anche da svegli. Come? Con la meditazione.Come se non bastasse, quando prendiamo l’abitudine di «spegnere» la mente per mezzo della meditazione, ci riavviciniamo alla percezione istintiva del nostro autentico Sé[5], smettiamo a poco a poco di agire in base ai pensieri e cominciamo ad agire in base al nostro spontaneo sentire: in questo modo non solo ci sentiamo molto più sani e vigorosi, ma siamo anche meno artificiali e più veraci nel nostro comportamento.
Infatti, oltre a ripristinare il collegamento con la fonte della nostra energia vitale, il fatto di abituarci ad arrestare i processi mentali e a percepire il ch’i, non solo in noi stessi ma anche negli altri esseri viventi e nei mutamenti che hanno luogo tutt’attorno a noi, giacché quando percepiamo il ch’i in noi stessi lo percepiamo anche in tutto ciò che ci circonda[6], questo fatto, dicevo, ci fornisce un sistema di orientamento molto più efficace e attendibile rispetto al sistema di orientamento mentale cui siamo avvezzi.[7]
Per questo il maestro Yoda dice a Luke Skywalker: «Segui l’istinto, Luke» e «Usa la forza, Luke.»[8] Che altro è, la forza dei cavalieri Jedi, se non il ch’i?Yoda sta dunque esortando Luke a diffidare dei processi mentali e a imperniare le proprie reazioni sulla percezione diretta della forza vitale invece che su concetti mentali artificiali e inaffidabili; lo sta esortando a polarizzarsi nella propria anima[9], nel proprio corpo causale o «archetipo», invece che nella psiche.
Controllare la mente
per controllare la realtà
La sospensione dell’attività mentale per mezzo della meditazione è poi utilissima al fine di mantenere il controllo sulla realtà e di evitare di farci sommergere dai problemi.
Infatti, dal momento che la realtà è una creazione della mente, se la mente è fuori controllo allora è chiaro che anche la realtà sarà fuori controllo, al punto che verremo sommersi dai problemi e precipiteremo in un circolo vizioso dove quei problemi aumenteranno sempre di più e dove noi saremo sempre più incapaci di risolverli.
Se al contrario per mezzo della meditazione impariamo a staccare la spina della mente e a immergerci in uno stato di profonda calma interiore, ci accorgeremo che anche il mondo che ci circonda è tutt’a un tratto divenuto più calmo, che le difficoltà non sono più insormontabili e che addirittura le soluzioni si presentano spontaneamente.
«La mente è il mondo, e non puoi abbandonare la mente da nessuna parte» insegna Osho. «Puoi abbandonarla solo se vai dentro di te. Questo è l’unico Himalaya; nessun altro Himalaya funzionerà. (…) Se sei senza mente, l’inferno non può entrare dentro di te; viceversa, con la mente solo l’inferno può entrare. La mente è la porta per l’inferno.»[10]In altre parole, quando impariamo a meditare impariamo a controllare la nostra realtà dall’interno. Capiamo che calmando noi stessi e la nostra mente «calmiamo» la realtà esterna, che domando la nostra mente «domiamo» il mondo che ci circonda.
Per esempio, quando siamo al volante, capita che ci incavoliamo se qualche altro automobilista ci taglia la strada o non ci dà la precedenza, imprecando ed inveendo contro i «pirati della strada» con espressioni tipo: «Ma chi ha dato la patente a quel deficiente!» o «Quella donna guida proprio da cani!».Ciò che dobbiamo tenere a mente è che più ci arrabbiamo più avremo a che fare con automobilisti del genere, giacché siamo noi a inserire i «pirati della strada» nelle nostre realtà soggettive con la nostra agitazione e con il nostro soffermarci mentalmente ed emotivamente su di essi.
Se desideriamo ridurre il numero degli automobilisti che guidano «da cani» nelle nostre realtà soggettive, cioè in quelle realtà che altro non sono se non creazioni della nostra mente, non dobbiamo fare altro che calmare noi stessi (la nostra mente), e non ha importanza se usiamo la meditazione o qualche altro sistema.
«Il pensare continuamente alla situazione ci dà il controllo di essa?» si domanda Sheikh Burhanuddin[11]. «Tutto il contrario. Esso congela la situazione. Quando pensate troppo voi girate intorno a voi stessi. Questo vi conduce in una buca, e più pensate più la buca diventa oscura.»
Ascolta Sheikh Burhanuddin
Chi impara a sospendere regolarmente l’attività mentale per mezzo della meditazione possiede un maggior controllo della realtà rispetto a chi rimane perennemente intrappolato nella «stanza» della propria mente. «E anche la storia della vostra vita comincia a migliorare quando accedete a questa dimensione più profonda» dice Eckhart Tolle «L’universo vi viene in soccorso, comincia a collaborare. La vita tende a venirvi in aiuto.» Invece, continua Tolle, «nell’altro stato», cioè quello in cui l’individuo non riesce a evadere dalla propria mente, «l’universo è minaccioso, la vita è percepita come ostile»[12], e lo è davvero.
Che cosa dice Eckhart Tolle di quelle persone che sono troppo prese dai loro problemi anche solo per provare a «spegnere» la mente? «Queste persone stanno difendendo il loro diritto di essere infelici»[13] dice, ed è proprio così, perché tutti i problemi nascono dalla mente e la meditazione è davvero la panacea universale, un «lubrificante esistenziale» grazie al quale nella vita tutto scorre liscio come l’olio. Persino David Lynch è andato in televisione a dire alla gente che la meditazione migliora straordinariamente la qualità della vita. Dite quello che volete, ma io di quest’uomo mi fido.
Quanto a me, a poco a poco mi sono accorto che nei periodi in cui pratico la meditazione con regolarità la mia vita è più tranquilla ed è come se la fortuna mi arridesse, giacché ho – realmente – meno grattacapi, meno disguidi e meno problemi da affrontare.Calmando la nostra mente, calmiamo le circostanze
È la tua mente che crea tutta la tua sofferenza. Il vortice dei pensieri, del lavorìo mentale, a ogni livello di profondità, dal conscio all’inconscio, produce la tua realtà e le circostanze in cui vieni a trovarti di momento in momento.
Quando sei preso in quel vortice, ti fai prendere dal panico e non riesci più a controllare la tua mente, ed è proprio allora che le circostanze ti sopraffanno e i problemi ti sommergono.
Per mezzo della meditazione calmiamo la nostra mente e, di conseguenza, anche la realtà esterna. Calmiamo le circostanze calmando la nostra mente. Ecco la magia!
È interessante notare che anche secondo Gurdjieff, per sopperire al fatto che nel Kali Yuga – e cioè nell’età oscura di ignoranza e inconsapevolezza in cui i maestri orientali sostengono che l’umanità si trova o da cui ha or ora cominciato a uscire – gli uomini hanno perduto la connessione con il Sé superiore a causa dello «spessore» del loro rivestimento egoico (in primis dell’attività da mente), la Natura ha fatto in modo che a ciascuno di loro capitino certi «eventi inattesi», come degli «shock» che hanno lo scopo di estrarli a viva forza dal guscio dell’ego e di creare in loro quelle «aperture di coscienza» che consentono al sé inferiore di connettersi col Sé superiore.In altre parole, anche secondo Gurdjieff il fatto che abbiamo perduto l’abitudine di praticare la meditazione è la causa del prodursi nelle nostre vite di quelle che chiamiamo «botte di sfiga».[14] Nei fatti, si tratta dello stesso principio considerato da una prospettiva differente.
Meno caffè, più meditazione!
È la tua mente che crea la realtà, e la realtà ti assale come una belva feroce se non tieni a bada la mente. In occidente non teniamo conto di questo fatto importantissimo!
Per esempio, il caffè stimola la mente. Quindi, tutti questi occidentali che bevono litri di caffè e poi si gettano nel mondo con la mente che corre come un treno impazzito entrano in un circolo vizioso difficile da spezzare, un circolo in cui la loro mente diventa sempre più frenetica, e così pure il mondo intorno a loro, le circostanze in cui vengono a trovarsi. Farebbero meglio a bere qualcosa che aiuti a calmare la mente invece di qualcosa che la eccita!
Creare le condizioni favorevoli a un «pensare sano»
Come se non bastasse, solo quando la mente è in stato di quiete, il pensiero si fa limpido e noi siamo in grado di ragionare lucidamente.
Solo sospendendo l’attività della mente a intervalli regolari, non solo per mezzo del sonno, ma anche coscientemente, per mezzo della meditazione, è possibile evitare il suo «surriscaldamento» (e il conseguente malfunzionamento) e creare le condizioni favorevoli a un «pensare sano», come direbbe Gurdjieff.
Recentemente ho letto un libro in cui l’autore dice che «la nostra mente è come una tazza piena di acqua torbida». «Lo scopo della meditazione è togliere il sudiciume per poter vedere cosa sta succedendo, e la cosa migliore è semplicemente aspettare che si depositi» scrive l’autore. «Dategli tempo a sufficienza e avrete finalmente l’acqua chiara.»[15]«Si tratta di un processo naturale che avviene da solo» aggiunge l’autore poco dopo. «Il semplice fatto di sedersi immobili e di essere consapevoli provoca l’assestamento.»[16]Il nostro Sé superiore cerca costantemente di comunicare con il nostro sé inferiore«Mediante gli ordinati stadi del Processo meditativo si stabilisce, gradualmente e con fermezza, un rapporto fra l’anima e i suoi strumenti, fino a che giunge il momento in cui sono letteralmente un’unità.»(Alice A. Bailey, Dall’Intelletto all’Intuizione, 82)
Emotività, mente e corpo sono le tre componenti dell’ego o sé personale, ed esso è la parete divisoria che ci separa dal nostro Sé superiore. L’esuberanza dell’ego è ciò che ci impedisce di collegarci al nostro Io interiore. Imparare a subordinare alla volontà la mente, l’emotività e l’istinto significa togliere potere all’ego e ridurre la distanza fra l’Io interiore e l’io esteriore, fra Sé superiore ed sé inferiore; significa facilitare la comunicazione fra Sé superiore e sé inferiore, fra l’anima e il corpo, facendo coincidere le nostre reali e più profonde volontà con i desideri superficiali della nostra personalità individuale.
Il nostro Io interiore cerca costantemente di comunicare con il nostro io esteriore, ma la comunicazione ha successo solo quando l’emotività, la mente e l’istinto rimangono tranquilli. Possiamo pensare a questi tre attributi del nostro essere individuale, specialmente quando sono eccitati e fuori del nostro controllo, come a delle interferenze: solo quando eliminiamo le interferenze siamo in grado di recepire i messaggi che l’Io interiore invia a all’io esteriore, che l’anima invia al corpo.
L’utilità della meditazione è proprio questa: se praticata correttamente, la meditazione consente di calmare le emozioni, i pensieri e gli istinti in modo da aprire il canale di comunicazione con il nostro Sé superiore, o Io interiore che dir si voglia; la meditazione consente di allentare il morso della coscienza creaturale in modo da eliminare le interferenze che ostacolano la ricezione delle informazioni che provengono dall’alto.
La meditazione è lo strumento più efficace a stabilire il contatto con l’anima, a creare l’apertura di quel «canale» che consente al nostro Sé superiore di raggiungere il sé inferiore, che consente all’anima di agire attraverso la personalità.
Per questo Alice Bailey dice: «Se la meditazione è eseguita in modo corretto e la perseveranza è la caratteristica fondamentale della propria vita, si stabilirà un contatto sempre maggiore con l’anima. Gli effetti di questo contatto si manifesteranno nell’autodisciplina, nella purificazione, nell’aspirazione e nel servizio.»Per questo, se conduce una vita pura ed equilibrata e pratica la meditazione con regolarità, l’uomo mantiene aperto questo canale di comunicazione con la propria anima e acquista la saggezza. E non solo. Visto che l’anima è in fondo Dio stesso, Dio che si rende intellegibile, l’uomo ha l’onore di diventare un trasmettitore che Dio stesso può utilizzare per veicolare messaggi importanti, uno strumento del quale può avvalersi.
Infatti, quando la connessione fra Sé superiore e sé inferiore è stabile, la mente si arricchisce di una nuova prerogativa. «Sua funzione è agire da intermediaria tra l’anima e il cervello, trasmettendo a questo ciò di cui l’uomo è divenuto consapevole come anima.» (A. Bailey)
A un certo punto, insomma, «la mente e l’anima (il Cristo in noi, o il Sé Superiore) funzionano come un’unità, un tutto coordinato, ed esprimono così in modo perfetto la volontà di Dio immanente.» Ma ciò, ricordiamolo, avviene solo «quando la mente può essere resa temporaneamente insensibile ad ogni richiamo esteriore».
Due livelli di meditazione
Finora abbiamo parlato per lo più della mente concreta, quella che fa parte della psiche e che possiamo identificare con il pensiero discorsivo. Tecnicamente, però, vi sono due tipi di mente da spegnere e due livelli di meditazione.
Il primo, quello di cui abbiamo parlato finora, consiste nello staccare la spina alla mente egoica, e cioè al pensiero discorsivo. Questo è il livello di meditazione che ci consente di entrare in contatto con il Sé superiore o Io interiore, e cioè con l’anima quale entità separata, con l’anima inserita nel «corpo causale» o «archetipo».
Ma anche quel Sé superiore, vale a dire il nostro «nucleo archetipo» o «corpo causale», è qualcosa di concettuale, pur essendo astratto ed aformale.
Ebbene, il secondo livello di meditazione presuppone lo spegnimento del pensiero astratto e concettuale, oltre che del pensiero discorsivo, il che consente di entrare in contatto con Dio senza frapporre alcun «filtro» fra noi – la nostra coscienza – e Lui.
Come scrive Alice Bailey: «Proprio a questo punto si entra in contatto con la Divinità. La mente cessa di funzionare e il vero studente di meditazione scivola in uno stato di cosciente identificazione con quella realtà spirituale che chiamiamo il Cristo entrostante, l’Anima divina. L’uomo, in questo momento, entra in Dio.»Anche entrare in contatto con il Sè superiore significa entrare in contatto con Dio, sia chiaro, e precisamente con Dio che si rende intellegibile tramite l’archetipo, parlando una lingua di archetipi.
Entrare in contatto diretto con Dio, però, è qualcosa di più perché significa bypassare non solo il pensiero discorsivo e psichico, ma anche il pensiero astratto; significa scavalcare non solo la psiche, ma anche il corpo causale, giungendo fino a Dio, il che consiste di fatto in una condizione inesprimibile, ma è proprio quella la condizione denominata yoga, che significa «unione con Dio».
Vi sono insomma gradi diversi di profondità della meditazione. Spegnere la mente discorsiva ci porta a contatto con il piano degli archetipi e cioè con quell’Io interiore che comunica con noi tramite archetipi o qualità pure, con astrazioni che noi accogliamo come ispirazioni o intuizioni e a cui noi poi diamo forma con l’immaginazione e il pensiero discorsivo, e cioè con la mente che fa parte della psiche.
A questo grado di meditazione appartiene la memoria delle vite precedenti e la vera saggezza, quella che Gurdjieff chiama «Ragione oggettiva», e cioè la coscienza del bene e del male e una fondamentale onniscienza.
Questo si intendeva quando si è detto che la meditazione è lo strumento più idoneo a stabilire il contatto con l’anima, a creare quel «canale» che consente alla saggezza dell’anima di manifestarsi attraverso la personalità. Ed è per questo che Alice Bailey dice che la meditazione favorisce «l’afflusso di conoscenza divina», e che assicura: «Ogni cosa sarà rivelata a colui che medita veramente. Egli comprenderà i misteri della natura e i segreti della vita dello spirito».
Per giungere all’unità con Dio dobbiamo però conseguire la calma mentale assoluta e interrompere ogni tipo di attività mentale, e ciò significa «spegnere» persino l’intelletto superiore astratto. Naturalmente, raggiungere la totale immobilità della coscienza, cioè della mente sia concreta che astratta, è prerogativa di pochi, anzi di pochissimi.
Questo genere di meditazione «è la scienza che ci permette di giungere alla diretta esperienza di Dio» e difatti, «quando quell’evento grandioso si compie, riconosciamo che la coscienza dell’anima individuale è la coscienza del tutto, e che la separazione, le divisioni, le distinzioni e i concetti di io e tu, di Dio e di un figlio di Dio, si sono dissolti nella conoscenza e nella realizzazione dell’unità.»La mente è un po’ come di un proiettore e l’esperienza è un po’ come un film, del quale noi siamo spettatori troppo assorti. Ebbene, staccare la spina della mente astratta, oltre che della mente discorsiva, vuol dire spegnere il proiettore. Solo così possiamo destarci dall’illusione.
Quale illusione?
L’illusione della separazione, del mondo, delle forme finite, del nostro esistere come creature; insomma, ciò che i buddhisti chiamano māyā.
Livelli della meditazione Componenti dell’essere umano
Cessazione del pensiero astratto → unione con Dio Cessazione del pensiero discorsivo → contatto con Sè superiore psiche corpo fisico
Occorre praticare a lungo per meditare come si deve. Infatti, purtroppo, «in quest’epoca le menti delle persone sono talmente agitate che la concentrazione è impossibile» come dice Srila Prabhupāda, che è oltremodo scettico a riguardo, e difatti aggiunge: «Ho visto questa cosiddetta meditazione: la gente semplicemente dorme e russa»[17].
Ora, Srila Prabhupāda ha ragione. Spesso, invece di meditare, la gente semplicemente si appisola. Ma come ha detto un altro guru: «una cattiva meditazione è sempre meglio che nessuna meditazione». Inoltre, da qualche parte bisogna pur cominciare.
Comunque, perfino oggi c’è davvero chi riesce a raggiungere Dio, o per lo meno a distaccarsi dalla personalità quel tanto che basta per riprendere il controllo della propria esistenza, applicandosi con perseveranza e costanza nella meditazione. C’è davvero chi ci riesce, anche se non c’è dubbio che oggi le menti delle persone sono così agitate che “domarle” con la meditazione non è una passeggiata.La meditazione consente
di bypassare tutte le combinazioni di possibilità
Quando nella fase di dormiveglia chiudiamo gli occhi abbiamo delle visioni di altri mondi, altre vite, altre realtà: quelle sono «altre combinazioni di possibilità», alle quali possiamo abbandonarci o dalle quali possiamo tornare, svegliandoci, alla nostra combinazione di possibilità, cioè alla nostra «realtà».
Ora, tutte le combinazioni di possibilità sono giochi della mente. Infatti è la mente che crea ogni tipo di realtà, di veglia o di sogno, e uscire dal mondo significa né più né meno che evadere dal labirinto della mente.
Alice Bailey dice che la meditazione «può condurre l’uomo in un altro regno di natura, in un altro stato di coscienza e di Essere, in un’altra dimensione», e tutto ciò è assolutamente vero.
Infatti, la meditazione che consiste nello spegnere solo il pensiero discorsivo consente di bypassare le combinazioni di possibilità che danno luogo a universi formali, fisici e psichici, azzerando il lavorio mentale che le produce e proiettandoci nel mondo degli archetipi, e cioè in un mondo che è aformale, astratto e «universale».La meditazione che consiste nello spegnere non solo il pensiero discorsivo ma anche il pensiero astratto e concettuale consente di bypassare tutte le combinazioni di possibilità azzerando il lavorio mentale che le produce e catapultandoci direttamente nell’Assoluto, nell’Unico indifferenziato.
Per mezzo di questo tipo di meditazione azzeriamo il lavorio mentale complessivo, non solo quello concreto e discorsivo che dà origine alla realtà «di veglia» (e cioè alla nostra combinazione di possibilità) e quello un po’ più blando che dà luogo alle realtà astrali o psichiche (e cioè, per esempio, ai mondi che visitiamo durante i sogni), ma anche il lavorio mentale astratto e puramente concettuale che dà luogo al mondo degli archetipi.
Cessazione totale del pensiero ð Dio
ñ
Pensiero astratto ð mondo degli archetipi
ñ mondo astrale o psichico ö Pensiero discorsivo ñ ø mondo fisico
Il Buddha ha indicato la via per uscire dal labirinto
della mente
Tutta la sofferenza che proviamo è sofferenza mentale, a partire da quel sottile senso di oppressione che non ci abbandona mai o quasi mai, e che è inerente l’esistenza stessa, fino ad arrivare alle torture e alle sevizie più crudeli che possiamo subire, e cioè al dolore che crediamo inerente al nostro corpo fisico. Non solo l’angoscia, la delusione e gli stati psichici negativi, quindi, ma anche la sofferenza fisica è mentale.
Proprio come in Matrix, viviamo immersi in un sogno, nel nostro sogno personale. Tutte le disgrazie, i guai, le malattie, i problemi delle nostre vite scaturiscono dalla nostra mente, e alcuni di noi si sono andati a cacciare in posti davvero brutti, in tane di coniglio oscure e profonde come chissà!Come hanno fatto a finire lì dentro? La loro mente li ha condotti fino lì… e adesso non riescono più a venir fuori! La loro mente li ha scaraventati in un labirinto nel quale alla fine si sono smarriti!
Ebbene, il Buddha e gli altri maestri hanno indicato la via per uscire da quel labirinto: la via è la sospensione dell’attività mentale.
L’elisir di lunga vita
«La vita interiore conquistata aveva bisogno della meditazione, come l’organismo, a un certo grado del suo sviluppo, ha bisogno della respirazione polmonare.»(Rudolf Steiner, La mia vita, Capitolo XXII)
Arrestare il pensiero
Meditare significa staccare la spina dell’ego, e quindi staccare la spina della mente, delle emozioni e degli istinti, badando però di conservare la consapevolezza.
Non è facile «ammansire» le tre componenti dell’ego, escluderle dalla propria consapevolezza, isolando noi stessi dagli stimoli che provengono dai cosiddetti «tre mondi», cioè dal mondo fisico, dal mondo emotivo e dal mondo mentale: nondimeno è possibile.
E come?
Imparando a arrestare il pensiero. Le emozioni e gli istinti si placano da sé una volta che impariamo ad arrestare il pensiero.
Occorre dunque che impariamo a calmare la mente, il pensiero.
Il pensiero discorsivo o il pensiero astratto?
Per ora accontentiamoci di fermare – di calmare – il pensiero discorsivo, la radiolina nella testa. È già tanto. In seguito potremo sforzarci di raggiungere la calma mentale assoluta, la totale immobilità della coscienza. Infatti, come ormai sappiamo, arrestando il pensiero discorsivo ci connettiamo all’anima[19] e alla sua saggezza. Se riusciremo a interrompere anche il pensiero astratto, raggiungeremo l’Assoluto, Dio.Come si fa a arrestare
il pensiero?
Come abbiamo detto, è necessario smettere di aggrapparsi ai pensieri. Perché noi ci teniamo aggrappati ai nostri pensieri, e siamo così abituati a farlo che ormai lo facciamo senza rendercene conto.
Del resto, ciò che ci delimita, ciò che fa di noi quello che siamo… è il pensiero. Smettendo di aggrapparci al pensiero, smettiamo di essere quello che siamo – o meglio: quello che pensiamo di essere – e diventiamo qualcos’altro.
Che cosa?
Lo scoprirete.
Smettere di aggrapparsi al pensiero non è facile. Possiamo riuscirci se ci concentriamo su qualche cosa. Alcuni usano il respiro. Per esempio, nella meditazione vipassana il meditante concentra la propria attenzione sull’aria che entra ed esce dalle narici durante l’inspirazione e l’espirazione.
Altri fissano un oggetto. Provate a fare così: rimanete seduti in un ambiente silenzioso e mettetevi a fissare un punto di fronte a voi. Ogni volta che la vostra attenzione si sposta da quel punto, riportatela lì. Vi accorgerete che mentre lo fate il flusso dei vostri pensieri rallenta e a poco a poco si arresta. La difficoltà consiste nel conservare la lucidità e la consapevolezza, evitando tanto di sprofondare nel sonno quanto di rimettere in moto il pensiero.
Basta che rimaniate fermi. Non importa se conoscete la posizione del Loto o se siete in grado di tenere le gambe incrociate sotto il sedere. Basta che ve ne stiate fermo e tranquilli, con la schiena diritta in modo da non addormentarvi.
È essenziale interrompere l’incessante lavorio della mente, ripeto. Sri Poonja, un grande guru del secolo scorso, diceva ai suoi discepoli che per sospendere l’attività del pensiero non dovevano fare altro che starsene tranquillamente seduti da qualche parte, lasciando che la mente si acquietasse da sé.«Stattene tranquillo!» non faceva che ripetere.
Occorre imporre alla mente una sorta di disciplina. Per esempio, quando la mente scappa nel futuro, nel passato o in qualche fantasticheria, occorre che la riacchiappiamo e la riportiamo nel presente, strappando noi stessi a quelle fantasie. In questo modo, a poco a poco, correggeremo l’abitudine che la mente ha di correre di qua e di là.
Interrogare il Sé superiore:
Lo sviluppo della facoltà intuitiva
Quando avete un problema e non riuscite a venirne a capo, smettete di pensarci e mettetevi a meditare. Staccate la spina dei pensieri e connettetevi al vostro Sé superiore. La soluzione al problema giungerà in breve tempo alla vostra consapevolezza.
È stupefacente. Non occorre fare altro che staccare la spina dell’ego e le risposte di cui abbiamo bisogno arrivano, come tante piccole illuminazioni o idee piovute dal cielo.
Quelle risposte vengono dal nostro Sé superiore: meditando ci connettiamo ad esso ed attingiamo alla sua saggezza e alla sua conoscenza. Come scrive Annie Besant, «la mente inferiore, quando è così tranquilla, quando è vinta la sua irrequietudine, diventa come un calmo lago non increspato da alcun vento, non mosso da alcuna corrente. Questo lago è come uno specchio, e sulle sue acque lucide e quiete il sole che è in cielo brilla e si riflette; così anche la coscienza superiore si riflette nello specchio della tranquilla mente inferiore.» [20]Questa coscienza più elevata che non si esprime per mezzo di parole, bensì per mezzo di un muto linguaggio di archetipi, di astrazioni, di intuizioni, è il Sé superiore, è Colui che parla in silenzio[21] – in silenzio perché il pensiero discorsivo è assente, perché la radiolina nella testa è spenta.«Ciò che realmente occorre è pervenire al controllo della mente e dei processi cerebrali, in modo che il cervello divenga un ricevitore sensibile dei pensieri e dei desideri che l’anima, o Sé Superiore, trasmette tramite la mente» scrive la Bailey. Allora, la mente si arricchisce del famoso sesto senso, e cioè della facoltà che chiamiamo intuizione e che la Bailey definisce «apprendimento diretto della verità, a prescindere dal concorso della facoltà raziocinante o da qualsiasi processo intellettivo», di certezze che pervengono alla mente «direttamente dal superconscio, o dall’anima onnisciente».
È sul piano del Sé superiore, che possiamo chiamare della conoscenza intuitiva, che nascono i sermoni di grandi maestri come il Cristo ed il Buddha, o persino i discorsi di Yogananda, che nella sua autobiografia confessa che le parole gli uscivano di bocca per ispirazione divina, senza bisogno di pensare a quello che stava dicendo.Come nasce un saggio
I saggi non nascono sotto i cavoli – nascono così. E l’illuminazione non è soltanto un fatto psicologico, ma anche fisiologico, come ha detto W. Winslow Hall.
Così la meditazione si rivela una risorsa preziosa nei momenti di indecisione o di confusione, quando non sappiamo quale strada imboccare. In quei momenti, tutto ciò che dobbiamo fare è connetterci con il Sé superiore, e cioè a quella parte di noi che potrebbe essere definita come «la nostra volontà autentica e profonda», per mezzo della meditazione.
Calmando la mente, giungeremo in una dimensione di quiete e di chiarezza, di là della confusione del «mondo» e dell’«ego», di là del chiasso che fanno il corpo, la mente e l’emotività; giungeremo in una dimensione tale da permetterci di indovinare quella volontà autentica e profonda e di uniformare ad essa il nostro comportamento esteriore.
Terminata la meditazione, la consapevolezza del modo in cui dobbiamo comportarci per uscire dall’impasse ci giungerà tempestivamente nella forma di un’intuizione o di un’ispirazione.«Diversamente dalle impressioni provenienti dalla vita esteriore di ogni giorno, registrate sul nastro magnetico della mente, queste giungono dal regno dell’anima e sono prodotte dall’attività della stessa anima di colui che medita, o da altre anime con le quali essa sia in contatto» scrive Alice Bailey, e più avanti dice: «Le improvvise soluzioni di problemi astrusi o apparentemente insolubili, e molte grandi invenzioni che hanno rivoluzionato il mondo rientrano in tale categoria.»
«La saggezza può arrivare solo se accedete al non-pensiero, alla dimensione senza pensiero dentro di voi» [22] dice Eckhart Tolle, precisando che l’assenza di pensiero implica un grado di coscienza più ampio.
Per questo, fra l’altro, si dice che «la notte porta consiglio»: il sonno ci porta nello stesso posto, solo che non ne siamo coscienti; invece nella meditazione lo spegnimento della mente è compiuto coscientemente e l’immersione negli stati più profondi dell’Essere è volontaria e consapevole.La meditazione stimola
la creatività
Quanto a me, non ho tardato a rendermi conto che la meditazione è utilissima anche per ciò che concerne il mio lavoro di scrittore. David Lynch attribuisce la sua creatività alla pratica costante della Meditazione Trascendentale (il regista pratica la meditazione da oltre quarant’anni).
Immagino che a questo «principio» sia pure riconducibile l’abitudine, propria a molti artisti, tra cui Hemingway, di dedicare alla propria arte le prime ore del mattino, in quanto è risaputo che queste ore sono particolarmente feconde e congeniali all’opera creativa.
Infatti, come si è appena detto, il sonno è una sorta di meditazione inconsapevole, una sospensione o una attenuazione della coscienza ordinaria, cioè dell’attività mentale, sicché, per le ragioni che abbiamo spiegato, le ore immediatamente successive al risveglio sono più proficue, in termini di ispirazioni e di intuizioni, della restante parte della giornata.
Anche il dormiveglia porta consiglio, per quanto mi riguarda, tant’è che capita di frequente di essere «assaliti» dalle idee allorché ci corichiamo e ci accingiamo a dormire.
Anche in questo caso, l’attenuazione del livello di coscienza, coincidendo con la rimozione degli ostacoli mentali nel canale di comunicazione fra sé inferiore e Sé superiore, agevola la connessione col secondo e la discesa di informazioni «dall’alto».
Quante volte, dopo che mi ero messo pacificamente a letto, in seguito a improvvisi «lampi di genio» mi son dovuto alzare a più riprese per prendere appunti riguardo questioni su cui mi ero spremuto le meningi invano per tutta la giornata!
Le intuizioni «piovono dal cielo» allo stato archetipo, come astrazioni rigorosamente aformali, come «princìpi primi» o «qualità concettuali non-individualizzate» che in seguito la mente «traduce» in forme-pensiero e in immagini, rendendo queste qualità aformali intellegibili alla coscienza inferiore psichica, la quale poi, se è il caso, li traduce in atti.
In questo modo, a partire dal loro livello atemporale, gli archetipi si individualizzano vieppiù fino a divenire azioni compiute in un determinato punto dello spazio e del tempo. Così il processo creativo ripete quello della Creazione: dall’universale al particolare, dall’eternità al tempo – o meglio: a un determinato punto nel tempo e nello spazio, – dall’immortalità alla caducità, e cioè dallo Spirito alla materia, dalla Qualità alla quantità.
In altre parole, le intuizioni nascono nel mondo degli archetipi, discendono sotto forma di idee astratte nel mondo astrale o psichico e lì assumono una forma e divengono pensieri e sentimenti, i quali poi possono dar luogo a fatti e azioni nel mondo materiale.
È sufficiente anche solo calmare la mente. Allargando le maglie del pensiero, consentiamo a questi input di penetrare nel nostro essere più facilmente che non quando pensiamo compulsivamente, favorendo l’afflusso di intuizioni che ci danno modo di risolvere ogni tipo di problema.
La verità è che avremmo la capacità di risolvere ogni tipo di problema, ma possiamo avvalerci di questa capacità solo se impariamo a disattivare la mente, che altrimenti corre in circolo. Staccata la spina della mente, l’essere si trova nelle condizioni di poter accogliere dentro di sé questi archetipi, questi input intuitivi aformali, dopodiché la mente si riattiverà automaticamente per tradurli nei simboli che le sono propri, nelle forme-pensiero che in seguito diventeranno azioni nel mondo materiale.
L’abitudine inveterata degli uomini del Kali Yuga (cioè della presente età oscura del materialismo) di non uscire mai dal circuito chiuso dei propri pensieri ha causato l’atrofia di quella che Gurdjieff chiama «Ragione oggettiva», «coscienza morale divina» o, più spiritosamente, «impulso esserico fondamentale»[23], e li ha tagliati fuori, per così dire, dai gradi superiori di consapevolezza, oltre a privarli di una gran quantità di altri benefici, a partire dalla longevità fino ad arrivare a quella che potremmo definire una «pressoché illimitata riserva energetica», passando per la già menzionata intuizione, e cioè – in definitiva – per l’onniscienza, che difatti è rimasta prerogativa esclusiva degli «illuminati» che hanno ripristinato il contatto con il proprio Sé superiore.In conclusione, caro lettore, leggi pure quanto ti pare, spremiti le meningi, ragiona fin che vuoi… ma ogni tanto, per l’amor di Dio, spegni il benedetto cervello.
E soprattutto quando sei confuso, quando hai un problema, quando «non sai che pesci pigliare», fai così: calma la mente o – ancora meglio – «disattivala» per un po’. Vedrai che la soluzione si presenterà da sé.
Rimbambito
Quanto all’apertura di questo canale, di questo collegamento fra Sé superiore e sé inferiore, fra livello archetipo e livello fisico, sono forse stato agevolato dalle mie disposizioni naturali.
Quando frequentavo il liceo, per esempio, gli amici mi sfottevano dicendo che a volte mi incantavo a «fissare le crepe nei muri», cosa della quale, per inciso, non mi sono mai accorto.
Che cos’era? Il retaggio di una qualche precedente vita da monaco buddhista? Chissà… In effetti, sembrava davvero che vivessi «fuori da mondo», al punto che una volta una ragazza mi ha detto: «È come se tu fossi su un altro pianeta».
Naturalmente, era un modo carino per dire che le sembravo rimbambito, ma quello che penso ora è che si trattasse di una sorta di meditazione automatica e che probabilmente sono sempre stato, in una certa misura, collegato con il mio Sé superiore.
Non a caso, anche allora ero molto creativo: inventavo giochi di società, scrivevo brevi racconti horror, concepivo avventure per i miei giochi di ruolo preferiti (Dungeons & Dragons e Il richiamo di Cthulhu) e così via. Insomma, tutto sommato, quell’essere «su un altro pianeta» è stata la mia fortuna… e pazienza se sembravo un po’ rimbambito![24]Forse è anche per questo, fra l'altro, che ho sempre dimostrato molti meno anni di quelli che ho…La fonte dell'eterna giovinezza
Dicono che la meditazione allunga la vita, che fa rimanere giovani… ed è vero. La dimensione di eternità in cui ci immergiamo quando meditiamo è l’elisir di lunga vita, la fonte dell’eterna giovinezza. La beatitudine che affluisce spontaneamente quando per mezzo della meditazione ci tuffiamo in quel mare, in quell’acqua di vita, sono il miglior farmaco possibile, quanto di più salubre, vantaggioso e utile al benessere del nostro organismo si possa reperire oggigiorno.Il senso di pace che ci avvolge quando oltrepassiamo la soglia dell’ego e sgusciando per la porta angusta della nostra mente riusciamo a evadere dalla prigione in cui siamo confinati è l’acqua dorata del mare dell’eternità. Quel senso di pace è il liquido amniotico all’interno del quale ogni forma è nata e si è sviluppata, ed è il toccasana per eccellenza: esso penetra attraverso i pori della nostra pelle, distende i muscoli, rilassa i nervi, tonifica e rinvigorisce il fisico, perché dallo spirito passa subito nel corpo.
Esso agisce su di noi dall’interno, ed espellendo le preoccupazioni, i dubbi, le ansie, le incertezze, le invidie, le gelosie, le irritazioni e tutte le scorie dell’ego, espelle anche tutte le impurità dal nostro organismo e ci riempie di un benessere spirituale che si traduce immediatamente in benessere fisico.
Allora, davvero, beviamo l’elisir di lunga vita e ci dissetiamo alla fonte dell’eterna giovinezza, perché la materia risponde allo spirito liberando nei nostri corpi quelle sostanze che ci mantengono giovani e in salute, e così le rughe scompaiono insieme alle angosce, l’incarnato riacquista il suo colorito naturale, gli occhi si fanno grandi, profondi, brillanti e luminosi, e tutto il corpo fiorisce splendidamente insieme all’anima.…non v’è sulla terra uomo tanto malato che il giorno stesso ch’egli vede la pietra, e poi tutta la settimana che viene, possa morire: il suo aspetto, da quel momento, non cambia più… (…) La pietra è anche chiamata col nome di Gral.[25]Vincere la paura
Qualche volta riusciamo davvero ad acquietare la mente, allora abbiamo la sensazione di meditare veramente. A volte scorgiamo persino un tenue chiarore, dietro le palpebre abbassate, una luce che si fa progressivamente più intensa.
A proposito di questo bagliore, a riprova del fatto che si tratta di un processo fisiologico, oltreché psichico, accompagnato da tutta una sua peculiare fenomenologia, Alice Bailey parla della percezione di una luce nella testa e cita Jung che scrive: «… la visione della luce è un’esperienza comune a molti mistici ed è senza dubbio una delle più significative».
«Il fenomeno è notissimo e costituisce una prova sicura che all’illuminazione mentale fa riscontro una precisa corrispondenza fisica» aggiunge la Bailey. «Centinaia di uomini potrebbero dimostrarlo, se fossero disposti a parlare delle loro esperienze, ma troppi si astengono dal farlo, per timore della derisione e dello scetticismo di chi non sa. La luce nella testa assume forme varie ed ha spesso uno sviluppo progressivo. Si percepisce prima una luce diffusa, talvolta all’esterno del capo e, più tardi, entro il cervello, durante la riflessione Profonda o la meditazione; poi si fa più concentrata ed appare, come dicono alcuni, simile ad un sole raggiante e molto luminoso. Successivamente, al centro della radiosità appare un punto di un vivido blu elettrico (forse la “luce vivente” già citata) dal quale parte verso l’alto un sentiero di luce d’oro.» (Dall’intelletto all’intuizione, 171) Ella nota infine questa «è probabilmente l’origine dell’aureola raffigurata attorno al capo degli illuminati.» (Ibidem, 172)Il guaio è che, non appena scorgiamo quel bagliore, la nostra mente, fino ad allora in standby, si riattiva improvvisamente e noi ci ritroviamo a pensare a quello che ci sta succedendo, e in questo modo riprecipitiamo nel corpo, per così dire. È questione di pratica, naturalmente. E di disciplina. Ma c'è anche un altro ostacolo da superare – una specie di paura.
Infatti, quando oltrepassiamo la soglia del pensiero, che è il confine che separa il nostro io dall’infinito, spesso abbiamo paura e così torniamo indietro, torniamo ad aggrapparci al nostro piccolo io, ai pensieri articolati compulsivamente dalla nostra mente, ai formicolii del nostro corpo o al batticuore emozionato e un poco spaventato che segue l’ebbrezza dovuta a una momentanea immersione nell’eternità, a un temporaneo abbandono di noi stessi.Torniamo ad aggrapparci al nostro ego, alla nostra identità, che se non altro è rassicurante[26], giacché quando oltrepassiamo quella soglia, anche se ci sciogliamo in un infinito dove non esistono limitazioni né – di conseguenza – preoccupazioni, è come se perdessimo noi stessi – il nostro piccolo io, la coscienza creaturale alla quale siamo tanto affezionati e nella quale ci siamo identificati così a lungo.
Questo salto nel vuoto ci fa paura perché, abituati come siamo a identificarci con il nostro pensiero, abbiamo l’impressione di non essere più niente, quando spegniamo la radiolina nella nostra testa: eppure è proprio quello il momento in cui siamo veramente qualcosa!
La paura coincide con il momento di contatto tra la mente umana in stato di quiete e «un Qualcosa, la cui natura viene compresa solo a poco a poco, ma che fin da principio è sentito come una presenza trascendente, "di là", anche quando sia percepito “entro” l’uomo» (A. Bailey)
Ora, proprio come quando ci immergiamo nell’acqua, dobbiamo solo lasciarci andare, trovare il coraggio di mettere la testa sotto, di sprofondarci senza paura nell’eternità.[27]Dobbiamo annullare le resistenze di mente, corpo ed emotività, allentare la presa sulla realtà – la presa che si chiama «ego» – e non aver paura di staccarci dalla nostra personalità, da tutto ciò a cui ci teniamo aggrappati, da tutto ciò che delimita noi stessi – la figurina che abbiamo ritagliato nell’eternità e che abbiamo chiamato «io». Allora potremo galleggiare placidamente nell’estasi, dissolverci come sale in una pentola di acqua bollente, scomparire.
L’esperienza è descritta efficacemente in un testo molto interessante: «si ha l’impressione del volo attraverso incommensurabili spazi, senza altra percezione che il senso ascensionale, la leggerezza dell’esser sospesi nell’aria, completamente liberi da ogni legame corporeo – un attimo di sollievo, come un gran respiro dopo un momento di oppressione – e l’essere, abbandonati i legami che lo avvincono alla terra, è libero nel suo regno, nel regno dello spirito. Indicibile allora è lo stato di gioia luminosa che pervade l’animo.»[28]Ad ogni modo, col tempo e l'esercizio, dovremmo riuscire a migliorare le nostre performance!È come se ci sintonizzassimo su una «frequenza superiore»
Quando riusciamo a spegnere la mente, è come se la nostra coscienza si sintonizzasse su una «frequenza superiore», e quando ricominciamo a pensare è come se perdessimo quella frequenza… allo stesso modo in cui una radio non riesce più a ricevere la stazione su cui era sintonizzata.
Come abbiamo detto, ci sintonizziamo su quella «frequenza superiore» anche ogni volta che ci addormentiamo, nella fase del sonno senza sogni. Tuttavia, quella è più che altro una «valvola di sfogo». Farlo in modo cosciente, attraverso la meditazione, è tutta un’altra cosa e significa coinvolgere la nostra personalità, svilupparla elevando la polarizzazione della nostra coscienza. In questo senso, la meditazione ha una funzionalità evolutiva che consiste nell'agevolare il trasferimento della coscienza dalle sue localizzazioni inferiori e «animali» (dalla componente fisica o da quella emotiva) a quelle superiori e spirituali (a quella animica o a quella divina).
Hermann Hesse insiste sull’importanza della pratica giornaliera della meditazione nel libro Il giuoco delle perle di vetro ed Alice Bailey esorta addirittura a mantenere costantemente aperto il canale attraverso il quale la pace e la saggezza dell’Io interiore giungono fino all’io esteriore, condizione che si ottiene vigilando su noi stessi ed eliminando le interferenze della mente, delle emozioni e degli istinti del corpo anche nel corso della vita quotidiana.
Infatti, la Bailey scrive: «L’atteggiamento meditativo dev’essere conservato, non per pochi minuti ogni mattina o in certi specifici momenti lungo la giornata, ma costantemente, con fermezza, senza flessioni, per tutto il giorno.” Poi sottolinea: “Non si tratta, come sovente si dice, di “voltare le spalle al mondo”. Il discepolo affronta il mondo, ma lo affronta dal livello dell’anima, guardando con occhio limpido il mondo delle faccende umane. “Nel mondo, ma non del mondo”, ecco il giusto atteggiamento, com’è stato espresso dal Cristo.»[29]
La Bailey infine aggiunge: «Quando l’anima ha imparato a valersi del suo strumento, mediante la mente e il cervello, il contatto diretto e la collaborazione tra i due si fanno sempre più facili e permanenti, così che l’uomo può dirigere a volontà la mente sulle cose terrene, ed essere membro efficiente della società, o sulle cose celesti, ed agire nel suo vero essere quale figlio di Dio. Se ciò si verifica, l’anima usa la mente quale agente trasmettitore, e il cervello fisico è addestrato ad accogliere quanto gli è trasmesso. Il vero figlio di Dio può vivere contemporaneamente in due mondi; è cittadino del mondo e del Regno di Dio.»Meditare nelle chiese
Negli ultimi tempi ho preso l’abitudine di meditare nelle chiese. Ho scoperto che è più facile «staccare la spina della mente» in una chiesa, specialmente se è vuota e silenziosa, che in qualsiasi altro posto. È una cosa che faccio tutti i giorni per almeno mezz’ora. Semplicemente, entro, mi siedo e mi lascio andare, smetto di aggrapparmi i pensieri. È liberatorio, ed è proprio come dicono i maestri orientali – come ripulire la mente dalle scorie – tant’è che dopo aver meditato sento che la mia mente è più pulita e più «leggera», e sono molto più rilassato e sereno.
Sento inoltre che questa è la maniera giusta di pregare, se quando diciamo «pregare» intendiamo il tentativo di metterci in qualche modo «in contatto con Dio», o per lo meno con il nostro Sé superiore, e non il solito chiedere chiedere chiedere. Questo tipo di preghiera non ha niente a che vedere con le parole: ha piuttosto a che vedere con il silenzio e con la cessazione del pensiero. Infatti, solo smettendo di pensare è possibile attivare il collegamento con il Sè superiore o con Dio.[30]«Il chiedere e l'avere delle aspettative sono le maggiori caratteristiche della preghiera, ove il desiderio prevale ed è implicato il cuore» scrive Alice Bailey. «Sono la natura emotiva e senziente dell’uomo che ricercano quanto occorre… »La Bailey distingue quattro tipi di preghiera:
1. Preghiera per ottenere aiuto e benefici materiali.
2. Preghiera per ottenere virtù e qualità morali.
3. Preghiera per gli altri, intercessoria.
4. Preghiera per illuminazione e realizzazione del divino
e dice chiaramente che «il quarto di essi conduce l’aspirante al punto in cui la preghiera può aver fine, e può aver inizio la meditazione», cioè l’evasione dal dominio della mente e dell’emotività (oltre che, naturalmente, del corpo) e l’unione cosciente con il Tutto, con l’Assoluto, con Dio.
Pier Francesco Grasselli, La Ricerca di Se stessi, estratti dal 2° volume.
Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova trilogia dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore» e della trilogia «maledetta» formata da «L'ultimo Cuba Libre», «All'Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.
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[1] Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, “I primi sette Cerchi infernali?” Mediterranee, pag. 49.[2] Ch’I – Scoprire l’energia vitale con il T’ai Chi, Ubaldini Editore, pag. 18.[3] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La scienza della realizzazione spirituale, The Bhaktivedanta Book Trust, 2005, “La ricerca dell’anima”, pag. 57.[4] Eckhart Tolle, Il Potere di Adesso, 7, “Sonno senza sogni”, pag. 142.[5] Il Sé superiore.[6] Ciò è naturale, in quanto la coscienza si è polarizzata in un piano superiore rispetto a quello psichico.[7] In altre parole, si acquisisce la facolta che gli esoteristi chiamano intuizione.[8] Star Wars, Episodio IV.[9] S’intende l’anima quale entità separata, quindi l’anima nel corpo causale.[10] Osho, I segreti della trasformazione, Capitolo nono, Bompiani, pag. 239.[11] Al festival ConsapevolMente 2013.[12] Portare la quiete nella vita quotidiana, Macro Video.[13] Ibidem.[14] Cfr. G.I. Gurdjieff, I Racconti di Belzebù a suo nipote, Libro secondo, 39, “Il Santo Pianeta del Purgatorio”, Neri Pozza 2009, pag.612, 613, traduzione di Mariella Fumagalli e Roberta Cervetti.[15] Henepola Gunaratana, La pratica della consapevolezza in parole semplici, 8, “Strutturare la meditazione”, Ubaldini Editore, Roma, pag. 81.[16] Ibidem, pag. 82.[17] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La scienza della realizzazione spirituale, The Bhaktivedanta Book Trust, 2005, “Meditazione e realizzazione”, pag. 193. Questa è la ragione per cui gli Hare Krishna preferiscono il metodo del canto del mantra Hare Krishna.[18] In questo caso si tratta della mente concreta e cioè del pensiero discorsivo e non di quello astratto, che è prerogativa del corpo causale o archetipo.[19] Si intende all’anima considerata quale entità separata, cioè all’anima nel corpo causale.[20] Annie Besant, Il sentiero del discepolo – Quattro discorsi tenuti ad Adyar nel 1895, “I requisiti del discepolo”.[21] Riguardo questa espressione, cfr. Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, Canto I, “L’incontro con il Maestro”, Mediterranee, pag. 65.[22] Dal video Portare la quiete nella vita quotidiana, MacroVideo.[23] Questa espressione, senza dubbio spiritosa, è nei Racconti di Belzebù al suo piccolo nipote.[24] In questo caso potrei anche aver preso una cantonata, giacché il «rimbambimento» il più delle volte è sintomo dell’incapacità di frenare l’immaginazione, dell’abitudine di lasciar vagare la mente nel passato e nel futuro, di perdersi nella fantasticheria, insomma di un incessante e incontrollato lavorio della mente, e non di una connessione con il Sé superiore, in quanto tale connessione presuppone lo spegnimento della mente. Bisognerebbe sapere con certezza se questi miei «momenti di rimbambimento» corrispondevano a sterili «voli d’immaginazione» o se erano effettivamente battute d’arresto della mente, nel qual caso le mie supposizioni risulterebbero corrette.[25] Wolfram von Eschenbach, Parzival, Libro IX, 469.[26] Questo accade sovente al meditatore inesperto.[27] Ciò si ottiene: 1) lasciando andare il corpo, rilasciando tutte le tensioni, anche quelle cui comunemente non facciamo caso (il volto, le spalle, ecc.) e 2) smettendo di aggrapparci al pensiero, lasciandolo cadere così come si lascia cadere una pietra che stiamo tenendo in mano, cioè – semplicemente – aprendo la mano.[28] Introduzione alla magia a cura del Gruppo di UR, Edizioni Mediterranee Roma, Volume primo, XII “De naturae sensu”, pag.. 382. Il Gruppo di UR è un sodalizio di esoteristi istituitosi in Italia alla fine degli anni venti intorno alle personalità di Julius Evola e di Arturo Reghini.[29] Alice Bailey, Il discepolato della nuova era, Volume I, Sezione Prima, Parte V.[30] Cfr. sopra: “Due livelli di meditazione”.

